WEN JIABOOM

E' cominciata la serie di gare delle Olimpiadi 2008 a Pechino. Ecco il  ritratto del premier cinese Wen Jiabao pubblicato sul Foglio. Se in Cina esistesse la satira, qualcuno se lo sarebbe già immaginato così: tuta da supereroe, ovviamente rossa, con una grande vu doppia cucita sul petto. W come “Wen yeye”, ovvero “nonno Wen”. Perché Wen Jiabao, 66 anni, capo del governo della Repubblica popolare cinese dal 2003, il grande balzo lungo la strada della beatificazione popolare l’ha fatto così: accovacciato in mezzo ai resti di una scuola del Sichuan, scarpe da tennis ai piedi e impermeabile dell’Esercito popolare di liberazione sulle spalle.
8 AGO 08
Ultimo aggiornamento: 15:20 | 9 AGO 20
Immagine di WEN JIABOOM
Se in Cina esistesse la satira, qualcuno se lo sarebbe già immaginato così: tuta da supereroe, ovviamente rossa, con una grande vu doppia cucita sul petto. W come “Wen yeye”, ovvero “nonno Wen”. Perché Wen Jiabao, 66 anni, capo del governo della Repubblica popolare cinese dal 2003, il grande balzo lungo la strada della beatificazione popolare l’ha fatto così: accovacciato in mezzo ai resti di una scuola del Sichuan, scarpe da tennis ai piedi e impermeabile dell’Esercito popolare di liberazione sulle spalle.
Un metro sotto di lui, un gruppo di soccorritori stava scavando tra le macerie nel tentativo di salvare un bambino intrappolato dal crollo della scuola dove stava facendo lezione. Mani giunte e sguardo fisso, il premier gli parlava con voce rassicurante: “Sono il nonno Wen. Non avere paura, tra poco ti tireranno fuori di lì e sarai salvo”.
L’immagine è rimbalzata per giorni su quotidiani, tv, siti internet e blog di tutto il paese. Sarebbe bastato questo a scatenare la commozione dei cittadini e incoronare Wen il premier più amato dai cinesi, ma le gesta del capo del governo sono state replicate all’infinito. Variazioni su un unico tema: Wen che cammina tra le macerie della città di Muyu per andare a confortare i parenti delle vittime; Wen che siede in mezzo alle famiglie rimaste senza tetto e chiacchiera con loro. Wen che stringe la mano ai genitori dei bambini morti in una scuola della contea di Beichuan; Wen che – braccia al cielo a scoprire gli aloni di sudore sulla camicia bianca – saluta la popolazione di Guangyuan, uno dei centri colpiti più duramente dal terremoto. E ancora Wen che impartisce ordini ai soccorritori; Wen che rassicura i parenti dei dispersi annunciando l’arrivo di centinaia di soldati; Wen che, davanti alle macerie di un’altra scuola che crollando ha sepolto cento bambini, dice: “Non ci arrenderemo fino a quando ci sarà anche la più piccola speranza. Non ci fermeremo fino a che non avremo salvato anche l’ultimo sopravvissuto”. Ore di riprese e centinaia di flash che il premier si è guadagnato anche per una questione di tempi. Wen Jiabao è stato il primo leader ad arrivare nel Sichuan. Quel lunedì era appena rientrato a Pechino da una visita nello Henan. Stava percorrendo una delle immense circolari della capitale per rientrare al quartier generale di Zhongnanhai quando una telefonata l’ha avvisato del sisma. Il corteo di macchine ha fatto dietrofront, direzione aeroporto.
A tre ore dal terremoto stava già stringendo mani e abbracciando sopravvissuti. Dopo tre giorni era ancora lì, con gli stessi vestiti del primo giorno, impegnato a perlustrare le zone colpite e ad assicurarsi che gli aiuti stessero arrivando come previsto. Per un soffio non era lì ancora due giorni fa, quando una scossa di assestamento ha ucciso due persone e provocato il crollo di altre centinaia di edifici. Era partito poche ore prima per Pechino, ma c’è da scommettere che ci sarebbero state decine di telecamere pronte a raccontare la sua commozione in presa diretta. La sua rabbia anche. Voci circolate su Internet e via sms raccontano che proprio lui, considerato un burocrate paterno e un po’ tentennante, si sarebbe infuriato al telefono con un generale dell’Esercito di liberazione perché gli aiuti erano in ritardo. “Non mi interessa quello che fai – avrebbe urlato al militare in mezzo alla strada – Voglio solo centomila persone salve. Questo è il mio ordine”. E giù la cornetta in faccia al generale, anche se l’esercito, nel sistema cinese, non obbedisce al capo del governo.
Secondo i suoi sostenitori, è stato il ruggito del “premier del popolo”: un leader famoso per il sorriso e le buone maniere, per la sua facilità a stringere mani ai malati di Aids e a dormire nelle case dei contadini. E che ama i cittadini perché è uno di loro, dicono i fan citando le sue origini modeste: figlio di due insegnanti in un villaggio della campagna vicino a Tianjin.
Di certo i nervi del premier erano già tesi. Durante i giorni nel Sichuan, le emozioni sono state violente e il capo del governo ha dormito poco e pianto molto. Le telecamere, che lo hanno seguito fin dalla partenza da Pechino, non si sono fatte sfuggire neanche una lacrima: un leader con gli occhi lucidi non è cosa da tutti i giorni e i telespettatori lontani, incollati allo schermo per seguire la sciagura nazionale, hanno apprezzato e condiviso il dolore del premier. I filmati sono poi finiti su Tudou, il clone cinese di YouTube, dove decine di video caricati dai suoi fan mostrano le gesta del leader buono. Il più entusiasta si intitola: “Premier Wen, hai commosso tutta la Cina”. E uno si immagina milioni di cinesi a tirar su col naso davanti allo schermo che mostra le lacrime del capo del governo.
Fazzoletti bagnati o no, non è la prima volta che il premier fa breccia nel cuore dei cinesi. Pochi mesi fa, Wen aveva già dato un’altra prova della sua umanità. Qualità – così rara tra i leader del Pcc – che i fan più apprezzano in lui. Alla vigilia del Capodanno lunare, le province meridionali della Cina sono state colpite da un’ondata di freddo imprevista. Nevicate anomale in zone dove la temperatura non si avvicina mai allo zero hanno paralizzato tutti i mezzi di trasporto e milioni di lavoratori stagionali affollavano le stazioni dei treni, in attesa di tornare dalle famiglie per la festa più importante dell’anno. Una situazione che sarebbe potuta esplodere con proteste memorabili e destabilizzanti per il governo, se i cinesi non fossero fin troppo abituati a “chi ku”, mangiare amaro. E se, mentre gli altri leader si godevano il sole di Pechino, Wen non fosse volato a Guangzhou.
Con l’anonimo cappotto grigio che i cinesi gli vedono addosso da dieci anni, è apparso in mezzo alla folla tra centinaia di migliaia di lavoratori in attesa disperata di un treno. Gente che da giorni dormiva sui marciapiedi all’ingresso della stazione; donne, ma soprattutto uomini, accampati tra borse di plastica chiuse con lo spago e pacchi regalo di cartone. Con il megafono in mano, si è rivolto a loro come il più umile dei funzionari: “Buongiorno a tutti – ha detto – Sono Wen Jiabao, il vostro premier”. Come a dire: vi spiego chi sono, non pretendo che lo sappiate. E come se pensasse: milioni di cinesi sono troppo poveri, troppo stravolti dal lavoro, troppo poco interessati a quanto avviene a Pechino per poter riconoscere di persona la seconda carica dello stato. Anche se il suo volto compare tutti i giorni in televisione.
Poi un brivido – di sorpresa, di sussulto, di incredulità – ha percorso le schiene al gracchiare del megafono: “Sono qui per darvi conforto. Avete sofferto molto e sento il vostro dolore. Vi chiedo scusa”. Quasi una dichiarazione d’amore. L’autocritica di un nonno responsabile. Ma soprattutto, la mossa di un abile comunicatore: una zampata del premier piacione per piantare la sua bandiera nel cuore dei cinesi, mostrandosi l’erede della figura confuciana del funzionario buono, quello che difende gli interessi dei più deboli quando i governanti locali sono disinteressati o assenti. D’altra parte, Wen Jiabao aveva promesso responsabilità già al termine dell’Assemblea nazionale del Popolo che lo incoronò premier nel marzo 2003: “La gente dice che ho un buon carattere. Allo stesso tempo, però, ho convinzioni profonde e ho i miei giudizi personali sulle cose. E non ho paura di assumermi le mie responsabilità”.
Nel kit di sopravvivenza di Wen Jiabao non ci sono soltanto la melassa, il sorriso e i buoni sentimenti. Diventare premier in Cina non è il più facile dei mestieri, soprattutto se sei un geologo senza amici “in alto” che ha preso la tessera del partito alla vigilia della rivoluzione culturale, ha attraversato miracolosamente indenne quel decennio di lotte fratricide, si è poi tuffato nella corrente più riformatrice del partito, ma è riuscito a distaccarsene proprio quando la leadership decideva di tirare il freno. Per poi galleggiare, in operoso silenzio, fino all’incoronazione definitiva.
Pochissimi altri, come lui, sono stati in grado di salvarsi dalla storia cinese degli ultimi trent’anni, sfuggendo a purghe, condanne e ribaltoni. Tra i pochi, c’è anche il presidente della Repubblica Hu Jintao: come lui, Wen deve la propria carriera alla capacità di restare nell’ombra, di lasciare poche tracce dietro di sé e di non crearsi mai nemici.